#26 Cose ostinate
In questa lettera parliamo di librerie che chiudono, del posto che occupa la lettura nella nostra vita e di piccole cose ostinate che, nonostante tutto, continuano a tenerci in piedi.
Questa lettera che arriva con i primi asparagi selvatici ha in realtà il sapore del radicchio. Un amaro netto, che resta in bocca. E che, almeno per me, è difficile da mandare giù. Quando la leggerete, Selma – libreria indipendente di Casalfiumanese – avrà chiuso ufficialmente le sue porte.
Per me – e non solo per me – Selma è stata innanzitutto una casa. Un luogo dove tornare e sentirsi sempre accolt*, senza alcun giudizio. Dove poter essere anche un po’ stort* e frantumat*. Magari tu adesso starai pensando: bene, ma a me che me frega? Be’, se sei qui a leggermi, mi sembra doveroso dirlo: questa newsletter probabilmente non esisterebbe nemmeno, senza Michela – la libraia – e senza quella libreria. Senza i suoi consigli, i libri passati di mano, quelli scoperti per caso e poi portati a casa, gli innumerevoli laboratori, attività, letture, eventi creati insieme e quelli a cui ho partecipato. Senza tutto quello che c’è stato in mezzo in questi cinque anni, e che è stato tantissimo.



Questa lettera, quindi, è per lei. E anche – e soprattutto – un invito, per noi tutti e tutte, a fermarci un attimo e guardarci attorno. Perché quando chiude una libreria, la prima reazione è sempre la stessa: indignazione, rabbia, parole grandi, post lacrimosi sui social. Si parla di scandalo, di vergogna. Però. Però. I “però” sono molti. La verità è che, spesso, quella rabbia arriva troppo tardi. Arriva quando la serranda si abbassa, ma non quando bisognava entrare, comprare, sostenere, abitare davvero quei luoghi (ciascun* come poteva ovviamente). Si arriva sempre dopo, dando per scontato che l’esistenza di certi posti sia in qualche modo dovuto. Spoiler: sarebbe bello, ma la realtà è un’altra invece.
Perché la verità è che, in Italia, la lettura non è necessaria. È spesso un contorno, un ornamento. Un oggetto estetico: i libri arredano, riempiono scaffali, danno un certo tono agli spazi caffè-ristoranti-luoghi “letterari”. Ma poi spesso ci si ferma lì (e lo racconta bene Emanuele Bosso in questo post).
E allora viene da chiederselo, senza girarci troppo intorno: se i libri non sono considerati necessari, come possono sopravvivere i luoghi che li tengono vivi?
Pensieri sparsi sulla lettura e il posto che occupa
Di solito, a questo punto della lettera mi concentro sul consiglio di lettura. Ma stavolta mi prendo ancora un po’ di spazio.
Si dice spesso che in Italia “si legge poco”. È una frase che torna ciclicamente, ma suona come un ritornello stanco di una canzone che abbiamo sentito fino alla nausea. E non racconta nemmeno cosa c’è sotto. Perché il punto non è solo quanto si legge – i dati, i numeri, come se la quantità fosse l’unica cosa che conta. È piuttosto come si considera la lettura, se sia un’abitudine viva e radicata o un gesto occasionale e superficiale. Se faccia parte della vita quotidiana o resti confinata a un tempo “in più”, quando – e se – avanza. O, al contrario, se sia qualcosa che ha valore solo quando diventa performativa: cinquanta libri l’anno, la moltiplicazione dei festival e delle presentazioni, le gare di lettura in cui chi legge di più vince (sì, succede davvero). Si procede per accumulo e accumulo e accumulo, senza che ci si fermi davvero a riflettere e a capire cosa abbiamo di fronte.
Eppure, secondo me, il punto non dovrebbe essere questo. Non dovrebbe essere una questione di quantità, perché non conta leggere tantissimo. Conta leggere, e farlo in molt*. Conta essere curios*, variare e uscire anche dalla comfort zone, proporre alternative, promuovere la bibliodiversità. E per farlo servono librai e libraie che abbiano preparazione e passione, certamente. Ma anche gli strumenti e i mezzi per sostenersi. Quello che ho capito grazie a Michela in questi anni è che tenere aperta una libreria indipendente significa stare in equilibrio continuo, tra passione e fatica, tra desiderio e sostenibilità. Significa consigliare, costruire relazioni, creare comunità… e intanto fare i conti con margini minimi e con un sistema che non sostiene davvero questi spazi.
E allora succede che la narrazione romantica della libreria – il luogo accogliente, pieno di storie, quasi sospeso nel tempo – si incrina. Dietro c’è quasi sempre un lavoro invisibile e precario e, soprattutto, c’è una verità tanto semplice quanto brutale: non basta dire di amare i libri. Bisogna comprarli. Leggerli. Sceglierli. Scambiarseli, parlarne, consigliarli.
Quando dico questo, non intendo colpevolizzare nessuno. Capisco le difficoltà economiche, e so che comprare libri oggi è considerato un lusso. Credo che il problema sia anche più a monte: come società non abbiamo mai davvero deciso che la lettura è necessaria. Da una parte mancano politiche culturali e investimenti pubblici, certamente. Dall’altra, però, c’entra anche un’abitudine che si forma, o non si forma, nelle privato, nelle case e nelle scuole. Il sistema non investe, e noi non chiediamo abbastanza che lo faccia, o con abbastanza convinzione. Le due cose, insomma, si alimentano a vicenda. Si dà per scontato che i libri “ci siano”, ma non si costruiscono davvero le condizioni perché continuino a esistere.
Quindi la domanda che mi faccio – e che lascio anche a chi legge – non è “perché le librerie chiudono?” La risposta la conosciamo già. È piuttosto: che posto ha la lettura nella nostra – nella mia – vita? Non nei momenti in cui “fa scena”, ma… be’, in tutti gli altri. Negli spazi vuoti e intimi, nei pomeriggi di noia, o quando torniamo a casa la sera, al di là di ogni stanchezza. E soprattutto: me ne accorgo, quando qualcosa che conta davvero sta per scomparire? Me ne accorgo in tempo?
Una ricetta per la felicità (e per tenere strette le cose belle)
Io una risposta a tutte queste domande non ce l’ho, in realtà. C’è che vorrei che questa lettera sciacquasse l’amaro di bocca e lasciasse un po’ di speranza. E allora, sul finale, vorrei consigliarvi un libro solo che ho scoperto grazie a Michela e vorrei vedere in più case: Selma o la ricetta della felicità di Jutta Bauer.

La protagonista è una tenerissima – e sorprendentemente saggia – pecora a cui viene chiesto cosa la renderebbe felice. Viene da pensare a grandi cose o desideri irraggiungibili, soprattutto quando le chiedono “E se vincesse al lotto?”. Be’, la risposta della pecora Selma è una lista semplice e molto quotidiana: brucare un po’ d’erba, fare un po’ di sport, fare due chiacchiere con un’amica, dormire bene… e così, ancora e ancora.
Ed è proprio questo che porto con me, sempre di più: l’idea che la felicità – come certe forme di resistenza – non stia nei gesti eclatanti, ma nella costanza e nell’ostinazione delle piccole cose. Come per Selma, che va avanti per la sua strada. Come per Miss Rumphius che semina fiori di lupino. Forse la ricetta sta tutta qua? Nel ripetere alcuni gesti, o in ciò che scegliamo di continuare a fare anche quando sembra poco.
Non lo so, nel dubbio: continuiamo a leggere, come possiamo. A scegliere i libri e a farci consigliare. A sostenere una realtà piccola che per noi è importante. Ad abitare gli spazi che di lettura si occupano, pretendendo qualità e cura. E soprattutto: a non dare le cose belle per scontate, quando le abbiamo, perché sono quelle che ci tengono in piedi.
Non cambierà tutto, è vero, ma è un inizio. Io me lo auguro tanto.
Cose di #marzo
I fiori, tantissimi fiori, quelli bianchi del rusticano di casa dei miei genitori, o della magnolia che dopo tanti anni regala qualche soddisfazione; dopo gennaio e febbraio mi è sembrato di tornare a respirare grazie al potere dei fiori;
sono stata a Genova per la mia adozione per il progetto del Salone del Libro di Torino Adotta uno scrittore, e spero di avere modo di parlarvene meglio;
ieri, ho presentato la Borda nella Biblioteca Comunale di Sabbioneta a due classi di seconda media: sono stata travolta dalle domande e dalla loro curiosità (e sì, Lu si conferma la personaggia preferita del libro ❤️);
il mare fuori stagione, che è sempre un regalo.
Concludo così: anche se l’amaro resta, voglio godermi quello che c’è stato. Perché c’è stato, e non è poco. Ciao Selma, grazie per tutte le storie che hai fatto girare.
Ai nuovi inizi ✨
A.


