#28 Cose arrabbiate
In questa lettera parliamo di mostri interiori, luoghi ordinari che smettono di esserlo e della forma precisa che può avere la rabbia.
Di tanto in tanto, mi permetto di scrivere una lettera diversa.
È capitato l’anno scorso, quando ho raccontato l’uscita della Borda, e capita anche quest’anno. Ti presentavo il mio libro senza sapere quello che sarebbe successo, e a rileggere quella lettera il cuore fa un piccolo salto. Chi avrebbe mai immaginato tutto quello che è arrivato, inaspettatamente, da quel trenta di gennaio in poi?
Così, lo faccio anche quest’anno: a inizio maggio, stavolta con il pieno sole in faccia e temperature meno rigide, è uscito il mio terzo romanzo. Si intitola Ultimo giro di trottola, e fa sempre parte della splendida collana I Notturni di Edizioni Piuma, curata da Alan Thomas Bassi. E ancora una volta, come già scrivevo, le illustrazioni sono della stratosferica Alida Pintus – e a dirlo non sono solo io, dato che Alida ha da poco vinto il primo premio del XXII Concorso per Illustratori del Premio Letteratura Ragazzi di Cento proprio per le sue illustrazioni all’interno della Borda.

Questo nuovo romanzo è uscito in tempo per il Salone del Libro di Torino, e vorrei prendermi questo spazio per raccontarti non tanto la trama (quella si può leggere ovunque), quanto piuttosto da dove arriva questa storia e così farti venire la voglia (spero) di leggerlo.
Aggiungo qui una richiesta piccola (ma enorme per me), come avevo fatto anche l’anno scorso. Se conosci una libreria, una biblioteca, una scuola media, oppure semplicemente una persona che lavora con ragazzi e ragazze e pensi che questa storia potrebbe arrivare al posto giusto, aiutami a farla girare.
Una delle cose più belle di questi anni sono stati proprio gli incontri nelle scuole, con le loro domande imprevedibili, le rabbie condivise e le storie che spuntano fuori quando qualcuno si sente ascoltat* davvero.
Quindi, se ti va, scrivimi 💜
Dove nasce una storia?
Sono due le cose che mi interessa dire di questo terzo romanzo.
La prima ha a che fare con i luoghi.
Quante volte pensiamo che per raccontare storie servano posti e ambientazioni incredibili? È una domanda che continuo a pormi e che pongo anche ai ragazzi e alle ragazze che incontro. Di solito, la risposta – e la tendenza – è di ambientare le storie mai a casa propria: sempre da qualche altra parte, più bella, più interessante, più spettacolare. Spesso all’estero. Un posto dove ci sembra che accada davvero qualcosa, che rompa la monotonia della nostra vita.
Io sono partita da qui, invece. Da un luogo che assomiglia a casa e da un mercatino dell’antiquariato che è uguale a quello che si tiene ogni prima domenica del mese, nel mio paese.
«Ogni prima domenica del mese, il paese si sveglia, si veste di bancarelle traballanti e tovaglie a quadretti e si mette in mostra come un attore sul palco. Tutto imbellettato. Ci sono vecchi che vendono tazzine spaiate, signore con vasi scheggiati e scatole di latta, bambini curiosi e adulti nostalgici che frugano tra i fumetti ammucchiati. E ancora, lampade senza paralume, paralumi senza lampade, maglioni bucati, pellicce, una quantità di spille improbabili che non pensavo nemmeno potessero esistere, libri ingialliti, piatti sbeccati, orologi che probabilmente non hanno mai funzionato. Vendono perfino cartelli stradali assurdi, come Pericolo annegamento sabbie mobili.»









Sono sempre stata affascinata dalle cose. Soprattutto da quelle un po’ bizzarre che ho trovato, negli anni, in questo mercatino. Mi viene spontaneo chiedermi a chi siano appartenuti o quali case abbiano abitato… e cos’hanno visto passare davanti ai loro occhi? Perché certi oggetti sembrano trattenere qualcosa, come se avessero assorbito frammenti di vite altrui, non trovi anche tu?
E quello che accadeva ogni prima domenica del mese mi faceva pensare che, a volte, la realtà è già assurda abbastanza, bisogna solo fermarsi. Le storie nascono spesso proprio lì, nei dettagli più minuscoli e apparentemente insignificanti, in ciò che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e che smettiamo di vedere davvero. Basta osservare un luogo abbastanza a lungo… e poi spostare appena lo sguardo. Deformarlo un po’. Cercare quel punto di rottura – quello sì che mi interessa davvero, il momento in cui qualcosa di ordinario smette di esserlo… e può diventare il motore narrativo di una storia.
Quello che ci cresce dentro
La seconda cosa riguarda la rabbia.
In questa storia, bisogna capire chi sia il vero mostro – e che forma abbia.
Con i ragazzi e le ragazze parlo spesso di immagini e del fatto che scrivere significa anche trovare modi nuovi per dire le cose. E parliamo molto di cliché, formule, immagini che abbiamo visto e sentito così tante volte da arrivare subito, senza nemmeno doverci pensare troppo.
Facciamo un esempio: se ti chiedessi di chiudere gli occhi e associare un colore o un elemento alla rabbia, probabilmente penseresti al rosso o al fuoco. Perché la rabbia incendia, esplode, distrugge. Ed è giusto così: i cliché esistono perché funzionano, e funzionano perché sono scorciatoie narrative, qualcosa di immediato e riconoscibile. Sono comodi e perfino utili in certe situazioni, ma al tempo stesso, se ne abusiamo, ci impigriscono. Quindi, la domanda è diventata non tanto “che forma ha la rabbia” in generale ma “che forma ha la rabbia di Clara”. Perché è sicuramente diversa dalla mia. E dalla tua.
Me lo sono chiesta a lungo, e questa è la seconda scena che ho scritto del romanzo:
«La rabbia non è un fuoco. Altro cliché.
Non è una scintilla né qualcosa che ribolle dentro. O un virus che ti infetta, come scrivono su Internet. Che cavolata.
La rabbia è un cane selvatico che mostra i denti ed è pronto a scattare se ti avvicini. Ringhia, sbava, abbaia. Morde.
Come l’addomestichi, un animale così? Non basta lanciargli i croccantini, nemmeno una bistecca. O fargli una carezza.
La bistecca la azzanna, così come la mano.
Strappa la carne. I tendini schioccano.»
Ma questa rabbia – che è stata il punto di partenza per scrivere questa storia – da dove nasce?
La risposta, in fondo, è semplice: dai ragazzi e dalle ragazze. Sempre e comunque loro. Perché Ultimo giro di trottola è nato nelle aule delle scuole secondarie di primo grado, durante i tanti incontri che ho tenuto in questi anni per un progetto che riguardava i mostri e il mostruoso. Incontro dopo incontro, parlando con i ragazzi e le ragazze, è emersa una convinzione comune, e cioè che i mostri più difficili da affrontare non sono quelli che arrivano da fuori, ma quelli che crescono dentro di noi. Quelli che ci assomigliano di più, che conoscono le nostre paure meglio di chiunque altro e che, ammettiamolo, spesso sono anche i più arrabbiati. Quelli che ci fanno dire o far fare cose che non sempre vorremmo, e che a volte prendono il sopravvento.
Anche Clara è arrivata così, all’improvviso. Un giorno qualunque, mentre stavo tornando a casa in macchina, ha iniziato a parlare e non si è più fermata. Giuro. L’incipit del romanzo nasce proprio da quel flusso di coscienza, riportato il più fedelmente possibile.
Clara dentro ha alcune delle cose che mi hanno fatta arrabbiare quando avevo la sua età, certo (tipo il tennis). Ma è soprattutto il risultato della somma di tutte le rabbie, le fragilità e le domande incontrate nelle classi in questi anni. Quelle che spesso fanno paura proprio perché sono vere e perché chiedono di essere ascoltate.
Forse questo libro nasce da qui, e cioè dal tentativo di dare una forma ai mostri che ci crescono dentro, prima che siano loro a divorare noi. O magari, più semplicemente, dal desiderio di ricordare che nessuno attraversa certe rabbie da solo.
Nemmeno quando lo crede.
Cose di #maggio
Iniziare maggio con una passeggiata in mezzo ai calanchi della Vena del Gesso, tra le ginestre selvatiche;
Letteralmente, rifiorire – ritrovando amici e amiche, la voglia di uscire di casa solo per godersi la luce, mentre fuori le sere hanno già il sapore dell’estate;
il Salone del Libro di Torino, ovviamente, che è stato bellissimo e caotico e stancante ed emozionante, soprattutto per le persone incontrate, con cui ci siamo scambiate consigli di lettura (e sui bagni con meno fila), abbracci, pacche sulle spalle;
festeggiare finalmente il compleanno del nostro gruppo di lettura Pepite, arrivato al quarto anno d’età, e rendersi conto quanto è prezioso il gruppo che si è creato;
il pesto di zucchine, le fragole con la menta, le prime ciliegie e albicocche, e il cous cous con le verdure.
Ci leggiamo a giugno, quando l’estate – quella vera, ufficiale e astronomica – ci sarà finalmente esplosa addosso.
Sempre grazie,
A.


